Zhang Kechun. Il Fiume Giallo

di Cristina Mesturini

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Zhang Kechun (Sichuan, 1980) vive attualmente a Chengdu ed è uno dei più interessanti tra i fotografi cinesi che si stanno affermando in Europa e negli Stati Uniti.
Dal 2008, ha al suo attivo numerosi premi e partecipazioni a festival e mostre, sia collettive che personali, e i suoi lavori fanno parte di collezioni museali presso il “Chinese Image and Vedio Archive” (Canada), il “Williams College Museum of Arts” (USA) e il “CAFA Art Museum” (Cina).

Il suo progetto “The Yellow River” comprende due anni di lavoro, e si svolge come un pellegrinaggio lungo questo fiume infinito, il secondo della Cina e il sesto al mondo per lunghezza.
Ispirato dal libro di Zhang Chengzh Fiume del Nord, Kechun racconta: “Sono stato attratto dalle potenti parole questo romanzo, e ho deciso di intraprendere questo viaggio lungo il Fiume Giallo per poter trovare la radice della mia anima”.
La narrazione del Fiume Giallo fa parte della storia della Cina, ma è anche una raccolta di leggende che stanno scomparendo, un paesaggio in dissolvenza che la fotografia di Zhang rappresenta magicamente.
“Ma, lungo il percorso, il fiume dalla mia mente è stato inondato dal torrente della realtà”.

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Viaggia su una bicicletta pieghevole, seguendo l’acqua interrata del fiume, dagli edifici lungo la costa di Shandong, ad ovest, verso le montagne del Qinghai. Ogni viaggio dura un mese, trascorso portando con sè una macchina fotografica Linhof di grande formato, un treppiede e la pellicola strettamente necessaria per poter lavorare. A volte, dice, è passata una settimana senza che scattasse una foto. “Volevo prendere il mio tempo, per rallentare e vivere ogni secondo di quei momenti.”
E questo tempo dilatato si percepisce con chiarezza nelle sue immagini, così come la dilatazione dello spazio immobile, la diluizione del colore, la visione della piccolezza dell’essere umano come formica, unico punto scuro nella distensione color sabbia.
“Il potere degli esseri umani è niente in confronto alla potenza della natura, anche quando cerchiamo di cambiarla”. Il fiume, venerato come culla della civiltà, costituisce anche un pericolo per le alluvioni che distruggono i raccolti, numerose le vittime, ogni volta.

Zhang non ha l’intenzione di documentare la distruzione dell’ambiente – altri lo hanno fatto -. Ma la corsa allo sviluppo della Cina ha segnato territorio del paese, l’aria e l’acqua, e il potente Fiume Giallo non fa eccezione. “Ho iniziato volendo fotografare il mio ideale di fiume, ma ho continuato a incorrere nell’inquinamento”, ha detto. “Ho compreso che non potevo fuggire da esso, e che non avevo bisogno di farlo”.

“Scelgo di scattare con il tempo nuvoloso, con le nebbie delle giornate uggiose, e di sovraesporre le mie foto”, spiega. “Ciò rende l’atmosfera morbida e delicata, e ogni fotogramma acquista una dimensione ultraterrena. Questa immobilità eterea acquieta le realtà quotidiane del fiume: il movimento, l’inquinamento, il rumore”.

Anche se i toni lunari, i bassi orizzonti, la sospensione temporale possono dare la sensazione di un’indefinibile presentimento, Zhang insiste con la volontà di portare un messaggio di speranza. Attraverso i secoli, il fiume continua il suo percorso.

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Le immagini sono copyright © Zhang Kechun
Maggiori informazioni su   zhangkechun.com

Immaginazioni scomposte. Intervista ad Antonello Silverini

di Cristina Mesturini. Pubblicato sulla rivista letteraria Achab, numero 4

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«Decostruire la nozione di visione, di sguardo, significa anche questo: esporre, nel vedere e nel visibile, il dissidio interno che li abita e li anima; mostrare come essi siano pervasi di differenza e di differenze – non sono mai elementi o atti pacificati, strutturati, consolidati una volta per tutte, bensì sono consolidati da un incessante movimento di differimento interno, di sé con sé. Il visibile è sempre anche invisibile», scrive Marcello Ghilardi nel suo saggio Derrida e la questione dello sguardo.

Il lavoro di Antonello Silverini parte proprio da qui, dalla decostruzione della realtà. Dalla citazione, che smonta, che smembra ricostruendo altro, creando forme e significati nuovi. Come nel processo di creazione del sogno. Possiamo vedere riferimenti al new dada, agli assemblaggi di Rauschenberg, ma il Silverini rimane unico e riconoscibile: la sua visione è fantastica ed essenziale, ironica e poetica al tempo stesso. I suoi personaggi sono icone storiche, ma agiscono nel teatrino scomposto della realtà contemporanea.
Antonello Silverini è un illustratore. Una definizione esatta che non gli rende completamente merito. Perché le sue opere, anche quando nascono da una commissione precisa, si staccano dal contesto in cui avrebbero dovuto essere ingabbiate – la pagina di un quotidiano, una copertina, un manifesto – e prendono il volo. Vivono di vita propria, completamente autonoma, prestandosi a letture diverse. E talvolta assumono dimensioni imponenti, con assemblaggi materici vari, che ti chiedi come sia possibile trasferire sulla carta stampata. Eppure per la stampa Antonello lavora, e lavora tanto. Per le pagine della cultura dei maggiori quotidiani italiani, dal “Corriere della Sera”, a “Il Sole 24 ore”, a “la Repubblica”; per periodici come “Geo”, “Panorama” e numerosi magazine americani; editori come Mondadori, De Agostini, Rusconi-Hachette, per citarne alcuni; importanti le copertine di Philip K. Dick per Fanucci; e i numerosi premi e riconoscimenti, fino all’inserimento nel Luerzer’s Archive – 200 Best Illustrators Worldwide.

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Antonello, il tuo lavoro è una felice commistione tra materia pittorica ed elaborazione digitale. Quale percorso ti ha portato a sviluppare questa tecnica?

Come tutti quelli che vengono da un percorso accademico più o meno tradizionale, ho sperimentato molte tecniche e sono passato attraverso diverse fasi. L’utilizzo del digitale, nel mio caso, non è solamente una comodità, ma sostituisce e amplia un elemento compositivo e significante già presente nel mio lavoro. L’aver scoperto la possibilità di manipolare la materia fotografica non più attraverso il classico collage, ma per mezzo di una fusione digitale meno iconograficamente invasiva e, al contempo, aver trovato il modo di digitalizzare la materia pittorica pre-esistente, senza dover passare per la traduzione di programmi dedicati al disegno (utilizzo esclusivamente photoshop), mi consente una maggiore gamma di opzioni tecniche e interpretative.

Le tue immagini sono strutture composte, ricche di citazioni, di pezzi scovati e raccolti. Come ti muovi nella tua ricerca?

La mia ricerca è puramente espressiva. I materiali che cerco e utilizzo, al pari delle citazioni, hanno una valenza, per così dire, linguistica. E proprio di linguaggio mi trovo spesso a parlare, quando mi riferisco alla mia produzione. Potrei dire che gli elementi che utilizzo, le citazioni e i riferimenti culturali –  perfino i materiali – rappresentano la grammatica del mio stile illustrativo e ne costituiscono il linguaggio.

L’illustratore lavora all’interno di un progetto complesso. Quanto il testo è per te un riferimento, quanto ti senti libero di esserne slegato?

Il testo è imprescindibile, altrimenti non sarei un illustratore. La sfida in questo mestiere risiede proprio nell’indipendenza e – allo stesso tempo – nel rispetto del materiale letterario che si va a interpretare. La libertà è quindi la premessa necessaria affinché si creino le condizioni per interpretare o, meglio, raccontare parallelamente un testo. L’importanza autoriale di un illustratore è sempre sostanza di tale arricchimento da dover essere preservata e difesa. Per quanto mi riguarda, consiglio sempre ai miei committenti di limitare le incursioni nel mio fare; proprio per evitare di depauperare un materiale che ha bisogno di tutta la sua libertà per potere esprimere la propria forza.

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I quotidiani, i libri, i grandi manifesti. Qual è il tuo spazio ideale?

Tutti gli spazi sono affascinanti. Ideali, semmai, sono le condizioni che caratterizzano i lavori. Le contingenze tematiche sono spesso l’elemento di maggiore determinazione, per quanto riguarda l’approccio a una immagine e le eventuali difficoltà sono spesso uno stimolo interpretativo. Non considero mai un’illustrazione come una summa di stilemi consolidati da reiterare all’infinito e mi rapporto a ogni lavoro senza lasciarmi suggestionare da precondizionamenti eccessivamente mestieranti (e aggiungo, retorici).

E nuovi desideri? Altri progetti?

Molti… Vorrei portare avanti il percorso che ho iniziato con la pittura e i grandi formati,  e senz’altro sperimentare nuove strade nell’illustrazione. Ma soprattutto in questo momento mi piacerebbe realizzare un progetto editoriale ambizioso:  un libro illustrato (anche graphic novel!), perché mi rendo conto di aver bisogno di confrontarmi con il racconto, di cimentarmi con la narrazione per immagini. Mi auguro di trovare le condizioni e le persone giuste con le quali collaborare.

 

I Maestri dell’illustrazione. "Antonello Silverini. La sintesi lirica" 
Documentario di Alessandro Cartosio

Le illustrazioni sono copyright © Antonello Silverini.
Questo il suo sito web personale www.antonellosilverini-illustrator.com.

 

 

Ata Kandó. Il quotidiano e il sogno.

di Cristina Mesturini

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Ata Kandó e Ed Van der Elsken

Ata Kandó fa parte della schiera di quei fotografi ungheresi che hanno lasciato una traccia incisiva nella produzione in bianco e nero del ‘900.
Colta, anticonformista, cosmopolita e attiva nella difesa dei diritti umani, lavora spaziando dalla fotografia di moda nella Parigi degli anni ’50, ai progetti poetici concepiti tra le Alpi con i suoi bambini, fino alla fotografia socialmente impegnata dei servizi realizzati durante la rivoluzione ungherese e tra gli Indiani dell’Amazzonia.

Oggi Ata Kandó è una signora di 103 anni che, con delicatezza e vivacità, racconta di una vita intera trascorsa con pienezza.

 

Nata a Budapest nel settembre del 1913, Ata proviene da una famiglia di intellettuali di origine olandese. Studia alla Bortnyik School, accademia d’arte privata, dove incontra il suo primo marito, il pittore Gyula Kandó.
Negli anni ’30 trascorre un periodo a Parigi e Barcellona con il marito, lavorando come fotografa di bambini. Durante la seconda guerra mondiale, Ata e Gyula sono entrambi attivi nella resistenza, adoperandosi per salvare numerose persone dalla deportazione.
Nascono tre figli, il primogenito Tom e poi una coppia di gemelle.

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Nel 1947 Gyula decide di tornare in Ungheria, lasciando la moglie a Parigi con i bambini. Un periodo duro per Ata che, in ristrettezze economiche, si trova a dover lasciare soli i figli per lavorare. Tramite il suo connazionale Robert Capa, entra a far parte dell’agenzia Magnum, da poco fondata, dove, nel 1950, conosce il venticinquenne Ed Van der Elsken. Si sposano nel 1953 e un anno dopo si trasferiscono insieme ad Amsterdam. Ata continua a mantenere i contatti con Parigi, lavorando per la moda.

Ma il matrimonio con Ed finisce, troppa la differenza di età, e Ata decide di portare i figli in Svizzera e in Austria. Qui, con loro, tra le montagne, scatta le fotografie che andranno a comporre il libro “Dream in the Forest”, insieme ai testi del figlio quattordicenne Tom.

Dopo l’invasione russa in Ungheria nel 1956, Ata Kandó vuole realizzare un reportage per denunciare la situazione dei profughi ungheresi; con Violette Cornelius parte per un viaggio lungo il confine austro-ungarico. Pubblicherà un importante libro fotografico, il cui ricavato andrà ai bambini della rivoluzione.

Con i suoi figli, completa il libro “Dream in the Forest” e realizza un altro progetto, “Calypso e Nausicaa”, che sarà pubblicato soltanto nel 2004.
Dal 1961, viaggia attraverso l’Amazzonia per partecipare al matrimonio tra una modella parigina e l’assistente indiano di Le Courbusier. Resta così colpita dalla vita degli indiani del luogo, che vi torna ancora nel 1965, per un lungo soggiorno. Al suo ritorno fonda il gruppo di lavoro “South American Indians”, e pubblica il libro “Slave Or Dead”, che si sviluppa attraverso mostre e altre pubblicazioni, come “Children of the Moon”.

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Dal 1979 al 1999, Ata si trasferisce in California vicino al figlio, continuando a lavorare e a pubblicare fotografie per un decennio. Riceve i meritati riconoscimenti solo al suo ritorno in Olanda: la medaglia “Pro Cultura Hungarica”, il premio “Imre Nagy”, il premio alla carriera dell’Associazione Fotografi Ungheresi e, insieme al marito Gyula, il premio “Righteous Among the Nations”, per aver salvato numerosi ebrei durante l’Olocausto.

Seguono ancora numerosi libri fotografici: nel 2004 la pubblicazione, in Olanda, di “Calypso e Nausicaa”, nel 2008 “The Living Other”, sul rapporto tra esseri umani e animali, nel 2010 la retrospettiva “Ata Kandó Photographer” e, nel 2015, “The Little Workers”, una collezione di 12 dipinti a guazzo realizzati per la sua tesi all’Accademia di Belle Arti, quando ancora non pensava di diventare fotografa.

“Il dovere del fotografo professionista è catturare le cose che altrimenti potrebbero scomparire. L’unico modo per mostrare come qualcosa è accaduto – le morti, la tristezza, la disperazione – è quello di fare una foto o filmare nel miglior modo possibile. Se non lo fai, scomparirà dalla storia. Gli autori che realizzano belle immagini, di oggetti o paesaggi, possono essere ottimi fotografi, ma non sono completi. Fotografare le persone e gli eventi, ecco il vero significato della fotografia. Questa è la mia opinione. “

 

The images are copyright © Ata Kandó, © Ed Van der Elsken, ©Sacha de Boer.
You can see more here:  www.atakando.com

Piccole cose in silenzio. La fotografia di Masao Yamamoto

di Cristina Mesturini


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La fotografia di Masao Yamamoto è, innanzitutto, una fotografia. Un oggetto, una di quelle piccole stampe che si possono tenere in mano e che  passano di mano in mano, consumate dagli sguardi. Se la stampa è medium riproducibile, sono proprio le imperfezioni e i segni dell’usura a renderla un oggetto unico, ognuno con il proprio vissuto. Come nella filosofia del wabi sabi.

 

 

“Collezionavo insetti… Quanto alle fotografie, più che collezionarle ho raccolto cose belle che stavano intorno a me. La parola archivio non è adatta alla mia collezione, che rappresenta un tentativo di provare a interpretare e scoprire”.

 

 

 

Tutta l’opera di Yamamoto si basa sul frammento: le fotografie sono piccoli istanti di vita quotidiana, raccolti e conservati per creare una storia. L’allestimento della sue mostra diventa così significante: la ricomposizione di tutti queste piccole parti, che corrono sulle pareti come uno sciame cosmico senza un apparente filo logico, ma con un senso che verrà dato da chi guarda.

 

 

“La cosa più difficile è capire dove mettere la prima. Le mie installazioni non hanno un capo. Puoi incominciare da qualsiasi stampa. Il punto dove tu decidi di partire sarà dove la storia avrà inizio”.

Il valore della composizione, innanzitutto. Lo troviamo nelle singole immagini, nel perfetto equilibrio degli intervalli tra pieno e vuoto, tra terra e cielo. E nella strutturazione dell’insieme: nella relazione estetica e di significato che si instaura tra i fotogrammi, come una narrazione aperta in un dialogo continuo. Un dialogo al quale il visitatore è costretto a partecipare, avvicinandosi a queste piccolissime stampe senza vetro e senza cornice, che riportano alla dimensione più reale della fotografia.

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E tutto si realizza attraverso immagini di grande delicatezza e di una semplicità disarmante: sono piccolissime banalità che sfiorano il sublime, conducendoci, nel loro minimo, a spazi di immenso respiro. Una contraddizione che porta a un senso di spaesamento che attrae come una vertigine, mentre la linea scorre elegante e sottile, a definire e separare gli opposti, confine leggero e silenzioso, ma incisivo.

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“Nell’haiku del monaco e poeta Ryokan, composto da sole 17 sillabe, ho trovato la vastità dello spazio. L’uomo non è altro che parte della natura. Nel flusso del tempo, che sembra continuare dal passato al futuro, si può afferrare precisamente solo un istante del presente e la vita potrebbe essere la stratificazione degli istanti”.

 

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Images © Yamamoto Masao
http://www.yamamotomasao.jp/