Corto Maltese. Itinerari di Viaggio

di Cristina Mesturini
Intervista a Marco Steiner, fotografie di Marco D’Anna
Pubblicato sulla rivista letteraria Achab numero 6

intervista-steiner-1_960

È un progetto nuovo, quello a cui Marco Steiner e Marco D’Anna stanno lavorando insieme, e che li impegnerà, inizialmente per tre anni, attraverso piste non ancora battute, scelte in base all’improvvisazione e alla imprevedibilità degli incontri. Un progetto che comprende il lavoro in simbiosi tra scrittore e fotografo, un intrecciarsi di parole e immagini.
Marco Steiner è avvezzo a questo tipo di sinergie narrative: è stato il più stretto collaboratore di Hugo Pratt, per il quale ha compiuto le ricerche filologiche riguardanti le storie di Corto Maltese, e con il quale ha condiviso la passione per il viaggio, la letteratura d’avventura, la musica. Dopo la morte di Pratt, Steiner ha completato il suo libro Corte Sconta detta Arcana (Einaudi 1996) e, di recente, ha scritto due romanzi che vedono Corto Maltese tra i protagonisti: Il corvo di pietra e Oltremare (Sellerio).
Ma con questo nuovo lavoro il viaggio prattiano esce dalla dimensione dell’immaginario e si concretizza: si parte davvero. Corto Maltese non è mai stato un fine, piuttosto un tramite per realizzare qualcosa di diverso. Insieme a Marco D’Anna, Steiner passa dalla letteratura disegnata di Hugo Pratt a un racconto fotografico che non è semplice reportage di viaggio, non è nulla di puramente descrittivo, ma è stimolo per aprire nuovi spazi sui mondi della visione fantastica.

Doppia-1.jpg

Corto Maltese. Itinerari di viaggio. Marco, com’è strutturato questo progetto?

Il senso è quello di creare itinerari di viaggio “alla maniera di Corto”, cioè in grande libertà. Sono nuove visioni possibili delle sue avventure. Come nelle storie di Pratt c’è una trama, una meta, un luogo geografico, un periodo storico, il “tesoro da cercare” – che nel nostro caso è un racconto –, e tutto il resto nasce per caso, sulla strada. Il progetto prevede dodici Itinerari che partano, arrivino o inventino “deviazioni” dalle storie di Corto Maltese. C’è voluto uno sponsor capace di sognare per lasciarci questa libertà totale di andare. Alessandro Seralvo di Cornér Banca a Lugano ha immaginato una serie di carte di credito con l’immagine di Corto, “Viaggiare leggeri” è il senso di tutto. Quando abbiamo definito il progetto la prima persona che mi è venuta in mente è stata Florenzo Ivaldi, l’imprenditore genovese che ha dato carta bianca a Hugo Pratt di viaggiare e raccontare le sue storie. Ci vuole un grande sogno per iniziare un vero viaggio.

Raccontaci come hai conosciuto Marco D’Anna, o meglio: cosa vi ha fatto incontrare. Quali affinità avete intuito tra voi, come avete visto la possibilità di creare qualcosa insieme?

Marco D’Anna l’ho conosciuto nel più prattiano dei modi, in Etiopia, seguendo le tracce di una storia, Gli Scorpioni del Deserto. Lui doveva documentare fotograficamente il lavoro di due giovani autori che avrebbero continuato un episodio di questa saga africana di Hugo Pratt, io seguivo il gruppo, prendevo appunti e pensavo a storie possibili. Non ci conoscevamo. Un giorno eravamo seduti vicini in un bus; dopo un po’ di silenzio, mi chiese cosa stessi scrivendo. Eravamo dalle parti del lago Assal, una distesa turchese in pieno deserto. Gli lessi alcune frasi di una storia, parlava di una carovana di sale e di un guerriero ribelle ferito che quegli sconosciuti avevano raccolto. Viaggiava con loro, lentamente guariva, e altrettanto lentamente iniziava il racconto fra quegli uomini e, senza saperlo, fra noi due. Da allora abbiamo fatto 14 viaggi in 7 anni per scrivere tutte le prefazioni alle storie di Corto Maltese in giro per il mondo.intervista-steiner-6_640Lo scrittore e il fotografo. Qual è il vostro metodo di lavoro, come vi rapportate? Quali sono i vostri tempi, i vostri spazi?

I tempi e gli spazi sono quelli dell’acqua, dipendono dalle situazioni. Entriamo in un ambiente, un paesaggio, il vagone di un treno e ci adeguiamo. Di fronte a una roccia, il torrente l’aggira, quando si accentua la pendenza la corrente diventa impetuosa, in pianura scorre placido o compie larghi giri senza un vero motivo. Abbiamo una modalità “rispetto” che sentiamo dentro, quando vedo Marco interessato a soggetti da fotografare mi faccio da parte, osservo a distanza. L’interazione fotografo-soggetto deve essere diretta, se ci fossi anch’io sarebbe un’intrusione, l’equilibrio non funzionerebbe. Io osservo, immagino chi potrebbe essere quella persona, cosa potrebbe raccontare. Quando la cosa procede Marco mi fa un cenno e arrivo, la roccia viene lambita senza essere aggredita e lo scorrere liquido prosegue. Viaggiando ci lasciamo spazi vuoti, giornate di silenzio. Lui esce all’alba o di notte per cercare qualcosa, altre volte lo faccio io. Siamo sempre pronti ad assorbire suggestioni, immagini, un pezzetto di storia. Senza dirlo, senza cercare razionalmente, senza precisione né regolarità. Quando si sente una nota che vibra, il gioco parte da solo.

 Nella comunicazione contemporanea, la contaminazione tra visivo e scritto è sempre più intensa e presente. Nella narrazione come interagiscono tra loro i diversi linguaggi? Come giocano, tra percezione e memoria, le immagini e le parole?

Marco vorrebbe che gli raccontassi fin dall’inizio cosa sto cercando, per tarare il tema delle immagini; così il nostro dialogo s’imposta su una base di storia, c’è un accordo iniziale, una specie di tema musicale. Poi il viaggio comincia e i sensi si tendono e guidano il percorso che la mente segue. È sbagliato cercare un obiettivo ben definito, meglio lasciarsi andare come una vela spinta dalla brezza. A quel punto è la strada, l’incontro casuale, una porta chiusa, un cartello storto che suggeriscono l’itinerario da seguire e si comincia a suonare il jazz. Le immagini s’intrecciano alle parole, a volte spuntano ricordi, disegni di Pratt, frasi di Corto, uno specchio, una giostra. L’accordo iniziale risuona, poi arrivano le note nuove, la melodia cambia e tutto s’ingrana, morbido. Certe volte ci rendiamo conto a posteriori che il viaggio e la storia hanno tracciato un cerchio e la musica diventa armonia. È successo in Argentina e Cile, nell’ultimo viaggio. Guardando la cartina, alla fine del nostro percorso, avevamo tracciato un cerchio imperfetto. Non l’avevamo pianificato, ogni tappa ci ha guidato alla successiva, fra inconvenienti, scelte e casualità. Qualcuno ci ha detto che il canto di un uccello può essere un segnale per il viaggiatore, non è un suono, è la voce del bosco. La nota imprevista, il regalo del viaggio.

doppia-4

Nell’era di Internet, il viaggio si compie su uno schermo, gli itinerari sono matasse intrecciate da nodi e i luoghi eterotopie sospese tra il reale e l’immaginario. Come si colloca il vostro progetto nella realtà virtuale contemporanea? È davvero possibile annullare le distanze? Se è vero che il luogo è dato fisico, può essere definito anche come spazio di strutturazione dell’interazione sociale?

Nell’era di Internet è ancora più bello rompere le regole perché tutto sembra già detto, visto, possibile e programmabile. Si riesce a guardare un luogo attraverso Google Earth, trovare un albergo con pochi click del telefono, sapere la distanza fra un luogo e l’altro e la temperatura che troveremo a centinaia di chilometri. Tutto questo è vero e di grande comodità, ma se non si entra nella mentalità di cercare qualcosa di nuovo e inatteso si resta invischiati negli stereotipi, il viaggio lambisce la realtà e non s’impregna di odori e colori. Ci si sposta infilati in una scatola di certezze e tutto diventa un video già visto, un tentativo di riscontro sul posto dei simulacri di una realtà preconfezionata. Lo spostamento fisico non provoca cambiamenti in noi se non c’è apertura allo stupore, le verità accadono fuori dalle gabbie protettive. Per annullare le distanze è necessario annullare la nostra mentalità, sradicarsi, essere disponibili e recettivi al cambiamento.
I nostri Itinerari hanno un grande vantaggio, cercano connessioni con le storie di Corto Maltese, cercano Escondida, l’isola che non c’è, quindi non possono accontentarsi della realtà. Per nostra fortuna (e scelta) non dobbiamo documentare un paese, ma inventare una storia possibile e non bastano gli occhi che guardano, la macchina fotografica che documenta, un testo che descrive. È necessario calarsi in profondità, sciogliere i freni, scostare le tende che coprono una finestra, sporcarsi di polvere per calarsi nei vicoli secondari, ignorare le immagini romantiche e fasulle di un paesaggio, rompere le cartoline e seguire l’istinto, non lo stereotipo. Un esempio è meglio di una spiegazione.
Nel corso del nostro ultimo viaggio uno degli obiettivi era l’isola di Chiloé, in Cile. L’isola dello scrittore Francisco Coloane, dei vascelli fantasma e delle leggende vive di popoli sterminati. Puntavamo la costa occidentale, quella costellata da isole e scogli, quella dei tesori scomparsi fra vulcani scuri e fiordi umidi e verdi. Ma qualcuno ci aveva parlato di Cucao, un posto sperduto sulla costa del Pacifico. Quel giorno c’era un gran vento e sarebbe stato bello vedere cosa avrebbe combinato tutto quell’Oceano libero, quelle onde maestose che arrivavano dall’Asia dopo aver scavalcato l’Isola di Pasqua.
Quasi per magia ci siamo ritrovati in un altro mondo: sulla spiaggia rotolavano sassi tempestati da antiche concrezioni fossili che sembravano disegni, chiazze di sabbia rosso-mattone venivano setacciate da due cercatori d’oro e una strada si perdeva fra colline umide di nebbia e vapori del mare. C’era un’altra spiaggia laggiù, ancora più battuta dal vento, il sole stava calando e la strada diventava ancora più scoscesa e fangosa, bisognava sbrigarsi. La macchina slitta, s’infanga e si blocca mentre la notte è quasi arrivata. Ci sono 14 chilometri per tornare in paese. Il buio avvolge tutto, ogni rumore fa tendere i nervi, soprattutto il latrare di cani lontani. A metà strada una luce fioca, una casa, tre anziani ci accolgono, ci fanno mangiare del pane, dividono con noi un pesce insieme a scarne parole. Non c’è elettricità, siamo intorno alla stufa, fuori il vento grida forte. Raccontano che c’è qualcosa da vedere prima di quella spiaggia irraggiungibile. Domani.
Il luogo si chiama El Muelle del Alma, il Molo dell’Anima.
Una passerella di legno, un molo proteso verso l’infinito fra cielo e mare. Una leggenda Mapuche dice che le anime aspettavano lì la nave bianca di onde che li avrebbe portati oltre l’orizzonte, verso l’anima universale.
Un viaggio fuori dal tempo, dallo spazio, seguendo una deviazione, parlando intorno al fuoco, aggirando uno scoglio, lasciando l’acqua libera di andare.
Tanto anche se non è scritto da nessuna parte, là in fondo, da qualche parte, c’è il mare.

img_1348_960

BookCity Milano 2016, Frigoriferi Milanesi.
Per la rivista letteraria Achab:
Gianni Berengo Gardin, Marco D’Anna, Cristina Mesturini, Marco Steiner.


Le fotografie sono copyright © Marco D’Anna.
Il sito web di Marco Steiner è www.marcosteiner.it
Il sito web di Marco D’Anna è www.marcodanna.ch/it

Il fare minimo. Conversazione con Guido Scarabottolo

di Cristina Mesturini. Pubblicato sulla rivista letteraria Achab, numero 5

intervista scarabottolo-1.png

Una laurea in architettura, dal 1973 socio dello studio Arcoquattro, attivo come grafico, ma, soprattutto, illustratore. Guido Scarabottolo collabora con le più grandi agenzie pubblicitarie, con la Rai, pubblica per i principali editori e varie testate, tra cui L’Internazionale, il Domenicale del Sole 24 Ore, il NewYorker e il New York Times. Dal 2002 direttore artistico presso l’editore Guanda, una collaborazione che si concluderà a fine anno [2015, ndr].
“Bau”, per gli amici – tre lettere soltanto – lavora tantissimo, eppure pare sia notoriamente pigro.

Mi accoglie nel suo studio milanese, dietro una facciata coperta d’edera che pare un bosco. Una personalità riservata, la voce bassa e il tono pacato fanno pensare alle sue immagini, dove nulla è superfluo e la ricerca sembra tesa al produrre il minor numero di segni possibile.
Illustrazioni minime, nella composizione così come nelle cromie: la linea è un filo che si sgomitola definendo le figure, rapida e continua, a tratti un po’ nervosa, sopra le campiture di colore. Ed è il colore, piatto e opaco, essenziale quanto ricercato, a creare uno  spazio solido, attraverso accostamenti e contrasti insoliti: l’azzurro polvere e l’amaranto caldo, il giallo cromo e il freddo pistacchio, così puliti da sembrare serigrafati. Un sottile gioco di equilibri, che richiede più tempo per l’ideazione che non per la realizzazione: ecco, un attimo ed è fatto.

intervista scarabottolo-2-3.png

La sintesi, Guido, è parte centrale del tuo lavoro: un percorso del togliere. Ma davvero la comunicazione è più efficace quando è sintetica, si dice di più dicendo di meno?

Sì. Amo molto la sintesi. Non ho fatto studi accademici di disegno, il virtuosismo manuale non mi interessa e la mancanza di un’impostazione tradizionale  mi permette di eludere le convenzioni. Amo i i disegni dei bambini, dei matti, di chi non sa disegnare. Perché sono liberi da certi stereotipi e hanno la capacità di trovare punti di vista inconsueti. I bambini con la loro mente nuova ci sorprendono sempre, visivamente come verbalmente.
La sintesi è anche un modo per evitare la raffigurazione descrittiva. Voglio lasciare spazio, non dire troppo, ma semplicemente suggerire, per dare a chi guarda la possibilità di immaginare ancora. Un’immagine ha sempre due autori: l’illustratore e il fruitore stesso, che partecipa alla creazione. Un’opera raggiunge la sua completezza solo con lo sguardo del lettore.

intervista scarabottolo-4-5.png

Come lavora l’illustratore all’interno della casa editrice?
Qual è il rapporto tra parola e immagine, quale il processo creativo che si innesca in relazione a un testo?

Il ritmo di lavoro è molto veloce, è necessario produrre una dozzina di copertine in un paio di settimane. Leggere tutti i libri è impossibile, ma anche inutile, addirittura dannoso.
Il rischio è quello di avere troppe informazioni, di diventare descrittivi, di non lasciare spazio al sogno. Mi limito a documentarmi con un breve sunto. Il non-sapere troppo può essere molto utile nella fase creativa, permette di liberarsi dalle indecisioni.

intervista-scarabottolo-6-7_1200

Le copertine. La sintesi è un tuo modo di vedere o una necessità comunicativa?
E quali sono i cambiamenti dettati dalle nuove tecnologie, quali le possibili aperture?

Ho sempre detto che la copertina deve arrivare a una sintesi segnaletica, per poter essere immediatamente identificabile e leggibile sullo scaffale della libreria. Ma le cose stanno rapidamente cambiando. Allo scaffale si sostituisce la vetrina virtuale del sito in rete, dove le copertine sono ridotte alla misura di un francobollo. Con le nuove tecnologie può accadere di tutto, la copertina potrà diventare semplicemente un’icona, un portale per poter accedere ad altro, non ci sono limiti. Dall’ebook più semplice a quello interattivo, al movie-book, tutte le possibilità sono aperte, e altre ancora. La funzione dell’immagine dovrà essere ripensata, in relazione ai nuovi media.

intervista-scarabottolo-8-9_1200

Nuovi mezzi significano anche contaminazioni tra linguaggi. L’immagine in movimento: ti sei mai interessato all’animazione? La vedi come una possibile strada da percorrere?

Sinceramente no. L’animazione ha tempi troppo lunghi per il mio modo di lavorare. Finirei per annoiarmi. Ho bisogno di essere rapido nelle mie realizzazioni, sono impaziente. E sono legato all’immagine statica. Mi sentirei più vicino alla fotografia, piuttosto.

I tuoi progetti futuri? C’è qualcosa in cantiere, qualcosa di nuovo che ti piacerebbe sperimentare?

Ho diversi progetti nel cassetto, tra cui, per esempio, la realizzazione di opere tridimensionali. Ma manca sempre il tempo per potermici dedicare. Spero di riuscire a farlo, prima o poi. E vorrei anche riposarmi, un poco.

foto_marina_alessi_guido_scarabottolo(Ritratto di Marina Alessi)

Le illustrazioni sono tutte copyright © Guido Scarabottolo
Questo è il suo sito personale www.scarabottolo.com
Altre notizie su scarabottolo.tumblr.com

Ren Hang (1987 – 2017)

di Cristina Mesturini

000024-2_670

Neanche trent’anni. Davvero difficile scriverne, dopo soli due giorni. Ren Hang si è tolto la vita. Uno dei più promettenti talenti della fotografia cinese, in una Berlino dove si era trasferito perchè osteggiato in patria.
E’ presto per voler ricordare: questo è un voler sottolineare il suo nome, senza cercare spiegazioni. Come nessuna spiegazione necessita la sua fotografia, priva di ogni concettualismo, intellettualismo, provocazione. Le sue immagini erotiche si mostrano in tutta la loro naturalezza. Il corpo nudo è un manifesto gioco di forme aderenti e composizioni plastiche, ironia e assonanze surreali con la natura, con animali-simbolo, con altri corpi, con mani e piedi in un vicendevole sostenersi poetico, anche negli scatti più crudi.


“E questa volta sarà molto chiara la coscienza, l’intelligenza e la memoria sembrano essere più acute”.


Una vasta produzione, la sua. In Cina i suoi corpi nudi fanno scandalo, continue le polemiche e le censure fino ad arrivare alle denunce e agli arresti. Eppure questo nudo, anche negli scatti più espliciti, non ha nulla di osceno. E’ una dimensione necessaria: per essere, mostrarsi, giocare. Un candore lucido, dove nuove forme vanno a crearsi attraverso corpi scomposti e ricomposti, tronchi e fogliame, terra e acqua, ali e animali totemici, elementi simbolici e oggetti del quotidiano, sospensioni su orizzonti urbani.
Orizzonti ora chiusi.

Resta una lunga lista di progetti, di mostre importanti come quella in corso al Foam di Amsterdam (fino al prossimo 12 aprile), e altre al Fotografiska e alla galleria Tryffelgrisen di Stoccolma, alla galleria Stieglitz19 ad Anversa. Numerose le pubblicazioni monografiche a edizione limitata, l’ultimo suo libro è “Ren Hang” (Taschen, 2016), che raccoglie le sue fotografie dal 2008 al 2015.

 

Video courtesy of The Secret Guide To Alternative Beijing

 

79ef364447fbb499441eaf6e868eafbc

The images are copyright © Ren Hang.
More informations here.

Zhang Kechun. Il Fiume Giallo

di Cristina Mesturini

3_7a

Zhang Kechun (Sichuan, 1980) vive attualmente a Chengdu ed è uno dei più interessanti tra i fotografi cinesi che si stanno affermando in Europa e negli Stati Uniti.
Dal 2008, ha al suo attivo numerosi premi e partecipazioni a festival e mostre, sia collettive che personali, e i suoi lavori fanno parte di collezioni museali presso il “Chinese Image and Vedio Archive” (Canada), il “Williams College Museum of Arts” (USA) e il “CAFA Art Museum” (Cina).

Il suo progetto “The Yellow River” comprende due anni di lavoro, e si svolge come un pellegrinaggio lungo questo fiume infinito, il secondo della Cina e il sesto al mondo per lunghezza.
Ispirato dal libro di Zhang Chengzh Fiume del Nord, Kechun racconta: “Sono stato attratto dalle potenti parole questo romanzo, e ho deciso di intraprendere questo viaggio lungo il Fiume Giallo per poter trovare la radice della mia anima”.
La narrazione del Fiume Giallo fa parte della storia della Cina, ma è anche una raccolta di leggende che stanno scomparendo, un paesaggio in dissolvenza che la fotografia di Zhang rappresenta magicamente.
“Ma, lungo il percorso, il fiume dalla mia mente è stato inondato dal torrente della realtà”.

3_243_312_v23_31_v23_16

Viaggia su una bicicletta pieghevole, seguendo l’acqua interrata del fiume, dagli edifici lungo la costa di Shandong, ad ovest, verso le montagne del Qinghai. Ogni viaggio dura un mese, trascorso portando con sè una macchina fotografica Linhof di grande formato, un treppiede e la pellicola strettamente necessaria per poter lavorare. A volte, dice, è passata una settimana senza che scattasse una foto. “Volevo prendere il mio tempo, per rallentare e vivere ogni secondo di quei momenti.”
E questo tempo dilatato si percepisce con chiarezza nelle sue immagini, così come la dilatazione dello spazio immobile, la diluizione del colore, la visione della piccolezza dell’essere umano come formica, unico punto scuro nella distensione color sabbia.
“Il potere degli esseri umani è niente in confronto alla potenza della natura, anche quando cerchiamo di cambiarla”. Il fiume, venerato come culla della civiltà, costituisce anche un pericolo per le alluvioni che distruggono i raccolti, numerose le vittime, ogni volta.

Zhang non ha l’intenzione di documentare la distruzione dell’ambiente – altri lo hanno fatto -. Ma la corsa allo sviluppo della Cina ha segnato territorio del paese, l’aria e l’acqua, e il potente Fiume Giallo non fa eccezione. “Ho iniziato volendo fotografare il mio ideale di fiume, ma ho continuato a incorrere nell’inquinamento”, ha detto. “Ho compreso che non potevo fuggire da esso, e che non avevo bisogno di farlo”.

“Scelgo di scattare con il tempo nuvoloso, con le nebbie delle giornate uggiose, e di sovraesporre le mie foto”, spiega. “Ciò rende l’atmosfera morbida e delicata, e ogni fotogramma acquista una dimensione ultraterrena. Questa immobilità eterea acquieta le realtà quotidiane del fiume: il movimento, l’inquinamento, il rumore”.

Anche se i toni lunari, i bassi orizzonti, la sospensione temporale possono dare la sensazione di un’indefinibile presentimento, Zhang insiste con la volontà di portare un messaggio di speranza. Attraverso i secoli, il fiume continua il suo percorso.

3_49cube-small

Le immagini sono copyright © Zhang Kechun
Maggiori informazioni su   zhangkechun.com

Immaginazioni scomposte. Intervista ad Antonello Silverini

di Cristina Mesturini. Pubblicato sulla rivista letteraria Achab, numero 4

10269548_10152641537424575_8386216754433426059_n

«Decostruire la nozione di visione, di sguardo, significa anche questo: esporre, nel vedere e nel visibile, il dissidio interno che li abita e li anima; mostrare come essi siano pervasi di differenza e di differenze – non sono mai elementi o atti pacificati, strutturati, consolidati una volta per tutte, bensì sono consolidati da un incessante movimento di differimento interno, di sé con sé. Il visibile è sempre anche invisibile», scrive Marcello Ghilardi nel suo saggio Derrida e la questione dello sguardo.

Il lavoro di Antonello Silverini parte proprio da qui, dalla decostruzione della realtà. Dalla citazione, che smonta, che smembra ricostruendo altro, creando forme e significati nuovi. Come nel processo di creazione del sogno. Possiamo vedere riferimenti al new dada, agli assemblaggi di Rauschenberg, ma il Silverini rimane unico e riconoscibile: la sua visione è fantastica ed essenziale, ironica e poetica al tempo stesso. I suoi personaggi sono icone storiche, ma agiscono nel teatrino scomposto della realtà contemporanea.
Antonello Silverini è un illustratore. Una definizione esatta che non gli rende completamente merito. Perché le sue opere, anche quando nascono da una commissione precisa, si staccano dal contesto in cui avrebbero dovuto essere ingabbiate – la pagina di un quotidiano, una copertina, un manifesto – e prendono il volo. Vivono di vita propria, completamente autonoma, prestandosi a letture diverse. E talvolta assumono dimensioni imponenti, con assemblaggi materici vari, che ti chiedi come sia possibile trasferire sulla carta stampata. Eppure per la stampa Antonello lavora, e lavora tanto. Per le pagine della cultura dei maggiori quotidiani italiani, dal “Corriere della Sera”, a “Il Sole 24 ore”, a “la Repubblica”; per periodici come “Geo”, “Panorama” e numerosi magazine americani; editori come Mondadori, De Agostini, Rusconi-Hachette, per citarne alcuni; importanti le copertine di Philip K. Dick per Fanucci; e i numerosi premi e riconoscimenti, fino all’inserimento nel Luerzer’s Archive – 200 Best Illustrators Worldwide.

intervista-silverini_2-3_cut_640px

Antonello, il tuo lavoro è una felice commistione tra materia pittorica ed elaborazione digitale. Quale percorso ti ha portato a sviluppare questa tecnica?

Come tutti quelli che vengono da un percorso accademico più o meno tradizionale, ho sperimentato molte tecniche e sono passato attraverso diverse fasi. L’utilizzo del digitale, nel mio caso, non è solamente una comodità, ma sostituisce e amplia un elemento compositivo e significante già presente nel mio lavoro. L’aver scoperto la possibilità di manipolare la materia fotografica non più attraverso il classico collage, ma per mezzo di una fusione digitale meno iconograficamente invasiva e, al contempo, aver trovato il modo di digitalizzare la materia pittorica pre-esistente, senza dover passare per la traduzione di programmi dedicati al disegno (utilizzo esclusivamente photoshop), mi consente una maggiore gamma di opzioni tecniche e interpretative.

Le tue immagini sono strutture composte, ricche di citazioni, di pezzi scovati e raccolti. Come ti muovi nella tua ricerca?

La mia ricerca è puramente espressiva. I materiali che cerco e utilizzo, al pari delle citazioni, hanno una valenza, per così dire, linguistica. E proprio di linguaggio mi trovo spesso a parlare, quando mi riferisco alla mia produzione. Potrei dire che gli elementi che utilizzo, le citazioni e i riferimenti culturali –  perfino i materiali – rappresentano la grammatica del mio stile illustrativo e ne costituiscono il linguaggio.

L’illustratore lavora all’interno di un progetto complesso. Quanto il testo è per te un riferimento, quanto ti senti libero di esserne slegato?

Il testo è imprescindibile, altrimenti non sarei un illustratore. La sfida in questo mestiere risiede proprio nell’indipendenza e – allo stesso tempo – nel rispetto del materiale letterario che si va a interpretare. La libertà è quindi la premessa necessaria affinché si creino le condizioni per interpretare o, meglio, raccontare parallelamente un testo. L’importanza autoriale di un illustratore è sempre sostanza di tale arricchimento da dover essere preservata e difesa. Per quanto mi riguarda, consiglio sempre ai miei committenti di limitare le incursioni nel mio fare; proprio per evitare di depauperare un materiale che ha bisogno di tutta la sua libertà per potere esprimere la propria forza.

intervista-silverini_4-5_cut_640px

I quotidiani, i libri, i grandi manifesti. Qual è il tuo spazio ideale?

Tutti gli spazi sono affascinanti. Ideali, semmai, sono le condizioni che caratterizzano i lavori. Le contingenze tematiche sono spesso l’elemento di maggiore determinazione, per quanto riguarda l’approccio a una immagine e le eventuali difficoltà sono spesso uno stimolo interpretativo. Non considero mai un’illustrazione come una summa di stilemi consolidati da reiterare all’infinito e mi rapporto a ogni lavoro senza lasciarmi suggestionare da precondizionamenti eccessivamente mestieranti (e aggiungo, retorici).

E nuovi desideri? Altri progetti?

Molti… Vorrei portare avanti il percorso che ho iniziato con la pittura e i grandi formati,  e senz’altro sperimentare nuove strade nell’illustrazione. Ma soprattutto in questo momento mi piacerebbe realizzare un progetto editoriale ambizioso:  un libro illustrato (anche graphic novel!), perché mi rendo conto di aver bisogno di confrontarmi con il racconto, di cimentarmi con la narrazione per immagini. Mi auguro di trovare le condizioni e le persone giuste con le quali collaborare.

 

I Maestri dell’illustrazione. "Antonello Silverini. La sintesi lirica" 
Documentario di Alessandro Cartosio

Le illustrazioni sono copyright © Antonello Silverini.
Questo il suo sito web personale www.antonellosilverini-illustrator.com.

 

 

Ata Kandó. Il quotidiano e il sogno.

di Cristina Mesturini

tumblr_o1gdz8soo41rw3fqbo1_1280

Ata Kandó e Ed Van der Elsken

Ata Kandó fa parte della schiera di quei fotografi ungheresi che hanno lasciato una traccia incisiva nella produzione in bianco e nero del ‘900.
Colta, anticonformista, cosmopolita e attiva nella difesa dei diritti umani, lavora spaziando dalla fotografia di moda nella Parigi degli anni ’50, ai progetti poetici concepiti tra le Alpi con i suoi bambini, fino alla fotografia socialmente impegnata dei servizi realizzati durante la rivoluzione ungherese e tra gli Indiani dell’Amazzonia.

Oggi Ata Kandó è una signora di 103 anni che, con delicatezza e vivacità, racconta di una vita intera trascorsa con pienezza.

 

Nata a Budapest nel settembre del 1913, Ata proviene da una famiglia di intellettuali di origine olandese. Studia alla Bortnyik School, accademia d’arte privata, dove incontra il suo primo marito, il pittore Gyula Kandó.
Negli anni ’30 trascorre un periodo a Parigi e Barcellona con il marito, lavorando come fotografa di bambini. Durante la seconda guerra mondiale, Ata e Gyula sono entrambi attivi nella resistenza, adoperandosi per salvare numerose persone dalla deportazione.
Nascono tre figli, il primogenito Tom e poi una coppia di gemelle.

ata_kando_00
atakando51-1024x587

Nel 1947 Gyula decide di tornare in Ungheria, lasciando la moglie a Parigi con i bambini. Un periodo duro per Ata che, in ristrettezze economiche, si trova a dover lasciare soli i figli per lavorare. Tramite il suo connazionale Robert Capa, entra a far parte dell’agenzia Magnum, da poco fondata, dove, nel 1950, conosce il venticinquenne Ed Van der Elsken. Si sposano nel 1953 e un anno dopo si trasferiscono insieme ad Amsterdam. Ata continua a mantenere i contatti con Parigi, lavorando per la moda.

Ma il matrimonio con Ed finisce, troppa la differenza di età, e Ata decide di portare i figli in Svizzera e in Austria. Qui, con loro, tra le montagne, scatta le fotografie che andranno a comporre il libro “Dream in the Forest”, insieme ai testi del figlio quattordicenne Tom.

Dopo l’invasione russa in Ungheria nel 1956, Ata Kandó vuole realizzare un reportage per denunciare la situazione dei profughi ungheresi; con Violette Cornelius parte per un viaggio lungo il confine austro-ungarico. Pubblicherà un importante libro fotografico, il cui ricavato andrà ai bambini della rivoluzione.

Con i suoi figli, completa il libro “Dream in the Forest” e realizza un altro progetto, “Calypso e Nausicaa”, che sarà pubblicato soltanto nel 2004.
Dal 1961, viaggia attraverso l’Amazzonia per partecipare al matrimonio tra una modella parigina e l’assistente indiano di Le Courbusier. Resta così colpita dalla vita degli indiani del luogo, che vi torna ancora nel 1965, per un lungo soggiorno. Al suo ritorno fonda il gruppo di lavoro “South American Indians”, e pubblica il libro “Slave Or Dead”, che si sviluppa attraverso mostre e altre pubblicazioni, come “Children of the Moon”.

005

Dal 1979 al 1999, Ata si trasferisce in California vicino al figlio, continuando a lavorare e a pubblicare fotografie per un decennio. Riceve i meritati riconoscimenti solo al suo ritorno in Olanda: la medaglia “Pro Cultura Hungarica”, il premio “Imre Nagy”, il premio alla carriera dell’Associazione Fotografi Ungheresi e, insieme al marito Gyula, il premio “Righteous Among the Nations”, per aver salvato numerosi ebrei durante l’Olocausto.

Seguono ancora numerosi libri fotografici: nel 2004 la pubblicazione, in Olanda, di “Calypso e Nausicaa”, nel 2008 “The Living Other”, sul rapporto tra esseri umani e animali, nel 2010 la retrospettiva “Ata Kandó Photographer” e, nel 2015, “The Little Workers”, una collezione di 12 dipinti a guazzo realizzati per la sua tesi all’Accademia di Belle Arti, quando ancora non pensava di diventare fotografa.

“Il dovere del fotografo professionista è catturare le cose che altrimenti potrebbero scomparire. L’unico modo per mostrare come qualcosa è accaduto – le morti, la tristezza, la disperazione – è quello di fare una foto o filmare nel miglior modo possibile. Se non lo fai, scomparirà dalla storia. Gli autori che realizzano belle immagini, di oggetti o paesaggi, possono essere ottimi fotografi, ma non sono completi. Fotografare le persone e gli eventi, ecco il vero significato della fotografia. Questa è la mia opinione. “

 

The images are copyright © Ata Kandó, © Ed Van der Elsken, ©Sacha de Boer.
You can see more here:  www.atakando.com

Piccole cose in silenzio. La fotografia di Masao Yamamoto

di Cristina Mesturini


034-masao-yamamoto-theredlist

 

La fotografia di Masao Yamamoto è, innanzitutto, una fotografia. Un oggetto, una di quelle piccole stampe che si possono tenere in mano e che  passano di mano in mano, consumate dagli sguardi. Se la stampa è medium riproducibile, sono proprio le imperfezioni e i segni dell’usura a renderla un oggetto unico, ognuno con il proprio vissuto. Come nella filosofia del wabi sabi.

 

 

“Collezionavo insetti… Quanto alle fotografie, più che collezionarle ho raccolto cose belle che stavano intorno a me. La parola archivio non è adatta alla mia collezione, che rappresenta un tentativo di provare a interpretare e scoprire”.

 

 

 

Tutta l’opera di Yamamoto si basa sul frammento: le fotografie sono piccoli istanti di vita quotidiana, raccolti e conservati per creare una storia. L’allestimento della sue mostra diventa così significante: la ricomposizione di tutti queste piccole parti, che corrono sulle pareti come uno sciame cosmico senza un apparente filo logico, ma con un senso che verrà dato da chi guarda.

 

 

“La cosa più difficile è capire dove mettere la prima. Le mie installazioni non hanno un capo. Puoi incominciare da qualsiasi stampa. Il punto dove tu decidi di partire sarà dove la storia avrà inizio”.

Il valore della composizione, innanzitutto. Lo troviamo nelle singole immagini, nel perfetto equilibrio degli intervalli tra pieno e vuoto, tra terra e cielo. E nella strutturazione dell’insieme: nella relazione estetica e di significato che si instaura tra i fotogrammi, come una narrazione aperta in un dialogo continuo. Un dialogo al quale il visitatore è costretto a partecipare, avvicinandosi a queste piccolissime stampe senza vetro e senza cornice, che riportano alla dimensione più reale della fotografia.

f678825c7c200db5ab210a652c9412a5

 

E tutto si realizza attraverso immagini di grande delicatezza e di una semplicità disarmante: sono piccolissime banalità che sfiorano il sublime, conducendoci, nel loro minimo, a spazi di immenso respiro. Una contraddizione che porta a un senso di spaesamento che attrae come una vertigine, mentre la linea scorre elegante e sottile, a definire e separare gli opposti, confine leggero e silenzioso, ma incisivo.

029-masao-yamamoto-theredlist

 

“Nell’haiku del monaco e poeta Ryokan, composto da sole 17 sillabe, ho trovato la vastità dello spazio. L’uomo non è altro che parte della natura. Nel flusso del tempo, che sembra continuare dal passato al futuro, si può afferrare precisamente solo un istante del presente e la vita potrebbe essere la stratificazione degli istanti”.

 

112791

Images © Yamamoto Masao
http://www.yamamotomasao.jp/