Traslucenza del bianco

Appunti minimi
di Cristina Mesturini

 

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Nebbie e luci, stratificazioni e trasparenze. E’ questa la delicatissima visione di Akane Moriyama, designer e artista giapponese che vive a Stoccolma.

Eight Layers Screen è il titolo del suo progetto tessile, realizzato attraverso una schermatura di tessuto bianco e trasparente davanti a un’ampia vetrata. Otto leggerissimi strati di poliestere che, attraverso l’aria, reagiscono al movimento di chi passa loro vicino. In ogni segmento dello scrim, piccole aperture quadrate di pochi millimetri, tagliate al laser, rendono la luce vibrante e la profondità dello schermo visivamente ambigua. Un spazio illusorio e cangiante che interagisce con chi lo abita.

 

 

Tutte le informazioni su Akane Moriyama sul suo sito web akanemoriyama.com
Le fotografie sono di Ashida Ritsuko.

 

 

Take me (I’m yours)

Appunti minimi dal Pirelli HangarBicocca

di Cristina Mesturini

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“Ricordo la mia prima conversazione con Christian. Era il 1985 ed ero in gita scolastica a Parigi: ho ignorato il programma della giornata e sono andato a trovare Christian Boltanski e Annette Messager a Malakoff. La prima cosa che Christian e Annette mi hanno detto, e che mi ha colpito profondamente, è che le mostre memorabili sono quelle che inventano le regole del gioco. Così abbiamo cominciato a interrogarci su questo tema: quali sono le mostre che nessuno ha mai fatto?”

 Hans Ulrich Obrist


Take Me (I’m Yours) al Pirelli HangarBicocca di Milano. Un discorso, quello di Obrist, ideatore della mostra insieme a Boltanski, che riferisce a “un’arte democratica intesa come scambio, un’arte generosa”. Un dare e ricevere in cui il pubblico diventa collezionista, portando via una parte delle opere in una grande borsa di carta e lasciando a sua volta qualcosa: un oggetto, oppure un segno esperenziale, modificando l’opera e diventando parte attiva come performer.
Si riuscirà a colmare il gap di incomprensione tra arte contemporanea e grande pubblico, un pubblico che diventa, finalmente, davvero partecipativo? Questa è un’arte take-away che si mangia, si baratta, si fruga come al mercatino dell’usato. Un progetto che si evolve giorno dopo giorno attraverso l’esperienza dei visitatori, che concorrono a svuotare fisicamente lo spazio.
“In linea di principio l’esposizione non dovrebbe avere una data di fine, ma solo aspettare di essere completamente svuotata”, spiega Roberta Tenconi, curatore insieme a Obrist, Boltanski e Chiara Parisi. Ma è un epilogo che non avrà mai luogo davvero: Take Me (I’m Yours) continua la sua esistenza altrove, negli oggetti raccolti o donati, nel personale di ognuno di noi.

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Nell’ultima foto, la mia meravigliosa tazza barattata alla mostra. A chi è appartenuta? Qual è la sua storia? E quella crepa sottile, perchè?

Copyright © Cristina Mesturini 2017. All rights reserved


Take Me (I’m Yours)

Pirelli HangarBicocca, Milano
1 Novembre 2017 – 14 gennaio 2018

Da un’idea di mostra concepita da Hans Ulrich Obrist e Christian Boltanski nel 1995.
A cura di Christian Boltanski, Hans Ulrich Obrist, Chiara Parisi, Roberta Tenconi.

 

il Maradagàl: il coraggio dei pionieri del volo

di Cristina Mesturini

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Una rivista letteraria, cartacea e illustrata, ora: è questa la sfida raccolta da il Maradagàl, uscita con il primo numero per Marco Saya Edizioni con la direzione di Sara Calderoni. Una sfida che anch’io sono felice di raccogliere, come direttore artistico.

  “Un osservatorio sullo stato attuale dell’arte” si legge nell’editoriale, “come occasione di discussione e approfondimento del pensiero critico contemporaneo”. Lavorare a un quadrimestrale che si pone tali obiettivi è davvero stimolante, specialmente all’interno di una redazione vivace, dove il progetto è condiviso con  Sara Calderoni e altri letterati e studiosi: Antonino Bondì in collegamento dalla Francia, Fabrizio Elefante, Nanni Delbecchi, Franz Krauspenhaar, Flavio Santi. E con un numero di preziosi collaboratori esterni.

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  Costruire l’immagine di una rivista:
relazioni e suggestioni tra visual e testo

   Dopo il briefing in redazione, arrivo al concept visivo attraverso un lavoro di pensiero e di ricerca: scelte precise, per dare alla rivista una personalità unica e tradurla creativamente in immagine, con la sua fisicità. Dalla scelta del formato e della carta, alla creazione del logo, all’ideazione e realizzazione dell’illustrazione di copertina, che ha significati e obiettivi complessi. Una rispondenza al tema che ho scelto di rappresentare, per i primi numeri, attraverso un simbolo forte che incarni il mito: una creatura fantastica che proviene dal bestiario allegorico del nostro immaginario e che identificherà, per quattro mesi, la rivista stessa.

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   E poi gli interni: la giusta suggestione per le immagini, che vivano in una dimensione anti-illustrativa, mai didascaliche; privilegiando una selezione di autori che non siano solo illustratori o fotografi, ma che provengano anche dal mondo dell’arte, e non solo dall’Italia: abbiamo, nel primo numero, personaggi come Tullio Pericoli, Guido Scarabottolo, Antonello Silverini, Svetlana Rumak da Mosca.
Seguono quindi, nel mio workflow, l’impostazione del menabò, il progetto grafico, l’impaginazione, in un cercato equilibrio di armonie. Infine, la comunicazione.

 

 

   Una pubblicazione cartacea trova le sue ragioni nel resistere al tempo e nella memoria, nella percezione viva attraverso i sensi che amplificano significati ed emozioni. È un oggetto da collezione – da affezione, direi – da conservare nella propria libreria, da sfogliare e rileggere ancora con piacere. La carta della copertina è così simile a quella per l’acquerello da creare con l’illustrazione una rispondenza esatta: la ruvidezza della materia, i giochi del colore con l’acqua, una luminosità vera, resa dai rapporti tonali e non da uno schermo retroilluminato. Quella sensualità che sarebbe impossibile rendere con il digitale.

 

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    Il Maradagàl nasce come rivista letteraria, ma si apre alle diverse arti e discipline. A mia cura anche la rubrica sulle arti visive, che tratta l’incontro con un artista, spaziando di volta in volta dall’illustrazione, alla fotografia, al graphic novel, fino alle nuove tecnologie. L’intento è porre in dialogo il mondo delle lettere e quello delle immagini, una relazione che è stata il punto cruciale del mio lavoro, fino ad oggi. Un rapporto in cui il figurativo non è subordinato al testo, ma si pone su un piano di scambio reciproco di suggestioni. Basta un cenno, un suggerimento, per creare un’immagine visiva, o una letteraria, che siano in sintonia, senza sovrapposizioni e senza mai ricorrere alla rappresentazione didascalica: immagini nelle immagini, storie nelle storie.

   Altro intento è mettere in comunicazione i vari settori della cultura: in una realtà dove l’arte si sta spingendo sempre più verso la multimedialità e la contaminazione dei linguaggi, si ha in contrapposizione la tendenza a chiudersi culturalmente in compartimenti stagni. I letterati considerano le immagini come piacevoli accessori, i fotografi rivendicano la purezza del loro mezzo, gli illustratori restano chiusi nella loro misantropia, solo per fare qualche esempio: non si guarda oltre. Chiusi anche i diversi livelli di accesso: la cultura alta resta un prodotto elitario, quella pop occuperà i canali di maggiore diffusione, così come vuole il mercato. Si rende necessario forzare questi recinti, aprirsi a una comunicazione feconda, dando a un pubblico più ampio la possibilità di acquisire gli strumenti per formare il proprio pensiero critico. Insomma: che la cultura con la sua forza si imponga sulle leggi del mercato, e non il contrario.
Mi auguro sia possibile.

 

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Copyright © Cristina Mesturini. All rights reserved

Il Maradagàl è una pubblicazione quadrimestrale di Marco Saya Edizioni

Direttore Responsabile: Sara Calderoni
Direttore Artistico: Cristina Mesturini
Comitato di Redazione: Antonino Bondì, Nanni Delbecchi, Fabrizio Elefante, Franz Krauspenhaar, Flavio Santi.

Registrazione presso il Tribunale di Milano n. 215 del 10/07/2017

Contatti:
Redazione (Milano): ilmaradagal.redazione@gmail.com
Editore: info@marcosayaedizioni.com

Facebook  https://www.facebook.com/ilMaradagal.magazine/
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Instagram https://www.instagram.com/maradagal_mag/

 

S p a r i z i o n i

Fotografie © Cristina Mesturini

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Nell’epoca della saturazione dei segni e della moltiplicazione degli atti invasivi, si sente forte la necessità di un percorso del togliere. Barthes sosteneva che la pittura è cancellazione: non rappresentazione, quindi, ma processo di sottrazione alla rappresentazione stessa. È tempo di sparizioni, per riportare la forma all’invisibile, all’indicibile.

 

“Beckett aveva scelto l’albero come unica scenografia del suo primo allestimento parigino di Aspettando Godot e ne aveva affidato la realizzazione a Giacometti: “Ci doveva essere un albero. Un albero e la luna. Siamo stati lì tutta la notte, con quell’albero di gesso, a togliere, abbassare, a fare i rami più sottili. Non andava mai bene, per nessuno dei due. E uno diceva sempre all’altro: ‘Forse’. Passa il tempo. Nessuno in sala, o sul palcoscenico, osa fiatare. Quando Giacometti si alza ha deciso. Attraversa il teatro, sale su un praticabile e guardando da vicino il proprio albero comincia a togliere un rametto dopo l’altro. Ogni tanto si ferma e grida a Beckett seduto laggiù nel buio della platea:

Giacometti – Adesso va meglio no?
Beckett – È perfetto. Adesso va proprio bene.
Giacometti – Un momento ancora. Aspetta… e così?
Beckett – Be’, così è perfetto.
Giacometti – Aspetta… Ecco.
Quando Giacometti fu soddisfatto, dell’albero era rimasto soltanto l’esile tronco. Dalla platea, dove i due si ritrovarono per fumare insieme, si vedeva una cosa striminzita e storta, una specie di niente della natura che a loro sembrò l’ideale”.

[Giorgio Soavi, “Il quadro che mi manca”, Garzanti 1986]

 

Fotografie © Cristina Mesturini

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Copyright © Cristina Mesturini. All rights reserved.

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L’espressione è libertà, gioia, catarsi, e tante cose ancora. La tecnica fa parte della cultura dell’espressione, come formazione: è un training importante, fornisce strumenti, amplia le possibilità, soprattutto allena quel magico rapporto occhio-cervello-mano. Ma. Bisogna andare oltre.

Come si arriva alla creazione? Lo schizzo è davvero improvvisazione? Rivelazioni: gli scarabocchi dell’illustratore, così come non li avete mai visti.

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Lo schizzo, la bozza, la brutta copia.
La bellezza dell’imperfetto, della materia grezza, della mano veloce.
È davvero un gesto istintivo, oppure è, piuttosto, l’idea stessa, e quindi un atto intellettuale, progettuale? Lo schizzo è davvero improvvisazione? Non c’è forse dietro un lungo lavoro, sotterraneo e profondo, di ricerca, acquisizioni, riflessioni, confronti, tentativi, macerazioni, elaborazioni razionali e inconsce?

È un cercare basi solide su cui immaginare. Costruire una struttura nuova, diversa, che nasca da un guizzo della mano come dal guizzare della mente. Un guizzo sapiente.

 

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Spesso mi capita di amare i miei schizzi veloci, preparatori, più dell’immagine finale, rifinita alla perfezione e fissata così, sulla carta.
Nell’elaborazione tecnica si perde sempre un po’ d’anima. Perché la bellezza, la parte più autentica, sta nella progetto, nella promessa, nell’attesa di una rivelazione finale che non sarà. Perché la rivelazione è tutta nell’attraversamento, in quei segni rapidi e imperfetti, ma certi, che raccontano la creazione.

 

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All images are copyright © Cristina Mesturini. All rights reserved.

Makoto Sei Watanabe. Fiber Wave

di Cristina Mesturini

Ci sono momenti in cui l’arrendevolezza è una risorsa importante che determina la sopravvivenza.
Si cambia forma in risposta al vento e alla pioggia, agili, elastici e flessibili come fili d’erba, senza opporre resistenza ma saldamente radicati nel terreno. E’ così che si supera la tempesta e si torna, poi, a svettare incontro al sole.

 

Makoto Sei Watanabe (Yokohama, Giappone, 1952), architetto, ha sviluppato una serie di installazioni che si avvalgono della tecnologia, ma si possono definire arte ambientale. L’intento è dare vita a una struttura artificiale che si muova come gli organismi viventi si muovono, in risposta all’ambiente. Il movimento si articola secondo le varianti infinite della mutevolezza del vento, libero ma mai casuale: si intuisce l’equilibrio che sottende le leggi naturali.
Fiber Wave (1994) è un’opera composta da una fitta moltitudine di aste sottili in fibra di carbonio, alte 4,5 metri di altezza. Quando il vento soffia, le canne ondeggiano dolcemente come l’erba di un campo; e la notte emanano una luce leggera, piccoli punti blu che danzano come una nuvola di lucciole. Il loro movimento complesso è multiforme e armonico allo stesso tempo.

 

 

All’apice di ogni asta è sistemato un chip che contiene una batteria ad energia solare capace di accumulare energia durante il giorno e restituirla di notte attraverso una luce tenue, emettendo lievi suoni in base all’intensità del vento. L’istallazione è in grado di rilevarne la forza, producendo così un movimento ondeggiante e un effetto luce/suono sempre diverso: il vento è ora visibile agli occhi, percepibile alle orecchie e sulla pelle. Spazi dinamici e sensorialità differenti che si realizzano attraverso la propria specificità, grazie al solo sfruttamento dell’energia naturale.

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Makoto Sei Watanabe_by Stefan Emsenhuber_v1photography © Stefan Emsenhuber

Makoto Sei Watanabe
www.makoto-architect.com

Oggetti in meno

Spunti di riflessione

Michelangelo Pistoletto, The Ears of Jasper Johns

Michelangelo Pistoletto
Le orecchie di Jasper Jones
Minus Objects (1965-66)


Non nascondendo la sua incompletezza, l’insieme degli oggetti genera continui scarti tra i propri componenti, tra quest’ultimi e l’insieme e tra insieme e tutto il resto. Avviene così che il tutto si definisce, paradossalmente, grazie al riconoscimento di una comune non-relazione che li lega. Sono paradossalmente legati dalla loro reciproca distanza.

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Ugo Mulas_NY_1966_1280Ugo Mulas, Jasper Johns in his studio (New York, 1964)