Take me (I’m yours)

Appunti minimi dal Pirelli HangarBicocca

di Cristina Mesturini

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“Ricordo la mia prima conversazione con Christian. Era il 1985 ed ero in gita scolastica a Parigi: ho ignorato il programma della giornata e sono andato a trovare Christian Boltanski e Annette Messager a Malakoff. La prima cosa che Christian e Annette mi hanno detto, e che mi ha colpito profondamente, è che le mostre memorabili sono quelle che inventano le regole del gioco. Così abbiamo cominciato a interrogarci su questo tema: quali sono le mostre che nessuno ha mai fatto?”

 Hans Ulrich Obrist


Take Me (I’m Yours) al Pirelli HangarBicocca di Milano. Un discorso, quello di Obrist, ideatore della mostra insieme a Boltanski, che riferisce a “un’arte democratica intesa come scambio, un’arte generosa”. Un dare e ricevere in cui il pubblico diventa collezionista, portando via una parte delle opere in una grande borsa di carta e lasciando a sua volta qualcosa: un oggetto, oppure un segno esperenziale, modificando l’opera e diventando parte attiva come performer.
Si riuscirà a colmare il gap di incomprensione tra arte contemporanea e grande pubblico, un pubblico che diventa, finalmente, davvero partecipativo? Questa è un’arte take-away che si mangia, si baratta, si fruga come al mercatino dell’usato. Un progetto che si evolve giorno dopo giorno attraverso l’esperienza dei visitatori, che concorrono a svuotare fisicamente lo spazio.
“In linea di principio l’esposizione non dovrebbe avere una data di fine, ma solo aspettare di essere completamente svuotata”, spiega Roberta Tenconi, curatore insieme a Obrist, Boltanski e Chiara Parisi. Ma è un epilogo che non avrà mai luogo davvero: Take Me (I’m Yours) continua la sua esistenza altrove, negli oggetti raccolti o donati, nel personale di ognuno di noi.

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Nell’ultima foto, la mia meravigliosa tazza barattata alla mostra. A chi è appartenuta? Qual è la sua storia? E quella crepa sottile, perchè?

Copyright © Cristina Mesturini 2017. All rights reserved


Take Me (I’m Yours)

Pirelli HangarBicocca, Milano
1 Novembre 2017 – 14 gennaio 2018

Da un’idea di mostra concepita da Hans Ulrich Obrist e Christian Boltanski nel 1995.
A cura di Christian Boltanski, Hans Ulrich Obrist, Chiara Parisi, Roberta Tenconi.

 

Makoto Sei Watanabe. Fiber Wave

di Cristina Mesturini

Ci sono momenti in cui l’arrendevolezza è una risorsa importante che determina la sopravvivenza.
Si cambia forma in risposta al vento e alla pioggia, agili, elastici e flessibili come fili d’erba, senza opporre resistenza ma saldamente radicati nel terreno. E’ così che si supera la tempesta e si torna, poi, a svettare incontro al sole.

 

Makoto Sei Watanabe (Yokohama, Giappone, 1952), architetto, ha sviluppato una serie di installazioni che si avvalgono della tecnologia, ma si possono definire arte ambientale. L’intento è dare vita a una struttura artificiale che si muova come gli organismi viventi si muovono, in risposta all’ambiente. Il movimento si articola secondo le varianti infinite della mutevolezza del vento, libero ma mai casuale: si intuisce l’equilibrio che sottende le leggi naturali.
Fiber Wave (1994) è un’opera composta da una fitta moltitudine di aste sottili in fibra di carbonio, alte 4,5 metri di altezza. Quando il vento soffia, le canne ondeggiano dolcemente come l’erba di un campo; e la notte emanano una luce leggera, piccoli punti blu che danzano come una nuvola di lucciole. Il loro movimento complesso è multiforme e armonico allo stesso tempo.

 

 

All’apice di ogni asta è sistemato un chip che contiene una batteria ad energia solare capace di accumulare energia durante il giorno e restituirla di notte attraverso una luce tenue, emettendo lievi suoni in base all’intensità del vento. L’istallazione è in grado di rilevarne la forza, producendo così un movimento ondeggiante e un effetto luce/suono sempre diverso: il vento è ora visibile agli occhi, percepibile alle orecchie e sulla pelle. Spazi dinamici e sensorialità differenti che si realizzano attraverso la propria specificità, grazie al solo sfruttamento dell’energia naturale.

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Makoto Sei Watanabe_by Stefan Emsenhuber_v1photography © Stefan Emsenhuber

Makoto Sei Watanabe
www.makoto-architect.com

Oggetti in meno

Spunti di riflessione

Michelangelo Pistoletto, The Ears of Jasper Johns

Michelangelo Pistoletto
Le orecchie di Jasper Jones
Minus Objects (1965-66)


Non nascondendo la sua incompletezza, l’insieme degli oggetti genera continui scarti tra i propri componenti, tra quest’ultimi e l’insieme e tra insieme e tutto il resto. Avviene così che il tutto si definisce, paradossalmente, grazie al riconoscimento di una comune non-relazione che li lega. Sono paradossalmente legati dalla loro reciproca distanza.

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Ugo Mulas_NY_1966_1280Ugo Mulas, Jasper Johns in his studio (New York, 1964)

Anselm Kiefer. I Sette Palazzi Celesti

Fotografie di Cristina Mesturini

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I Sette Palazzi Celesti sono un’opera di Anselm Kiefer (Donaueschingen, 1945), in allestimento permanente site-specific concepito da Lia Rumma per Pirelli Hangar Bicocca, Milano. In uno spazio di 7000 metri quadrati, si alzano sette torri – del peso di 90 tonnellate ciascuna e di altezze variabili da i 14 e i 18 metri – realizzate in cemento armato utilizzando come elementi costruttivi moduli angolari  dei container per il trasporto delle merci.

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L’artista ha inserito, tra i vari piani di ciascuna torre, libri e cunei in piombo che, comprimendosi sotto il peso del cemento, garantiscono una maggiore stabilità della struttura. Per Kiefer l’utilizzo di questo materiale non ha solo un valore funzionale, ma anche simbolico: il piombo, infatti, è considerato nella tradizione materia della malinconia, metallo corruttibile dal quale gli alchimisti pensavano di poter ottenere l’oro.

L’opera deve il suo nome ai Palazzi descritti nell’antico trattato ebraico Sefer Hechalot, il “Libro dei Palazzi/Santuari” risalente al IV – V secolo d.C., in cui si narra  il simbolico cammino d’iniziazione spirituale di colui che vuole avvicinarsi al cospetto di Dio. Un cammino che implica il passaggio attraverso i cieli, arrivando a visitare i Sette Palazzi dei quali si potrà varcare la soglia ogni volta solo eludendo la sorveglianza degli angeli.
Sefiroth, Melancholia, Ararat, Linee di Campo Magnetico, JH&WH, Torre dei Quadri Cadenti sono i nomi delle sette torri, che riferiscono alla Bibbia, alla Cabala, alla Storia antica e alle loro simbologie, che Kiefer porta nel contemporaneo, ripensandone i significati.

I Sette Palazzi Celesti rappresentano un punto d’arrivo dell’intero lavoro dell’artista e sintetizzano i suoi temi principali proiettandoli  in una dimensione fuori dal tempo: l’interpretazione dell’antica religione ebraica; la rappresentazione delle rovine dell’Occidente dopo la Seconda guerra mondiale; la proiezione in un futuro possibile in cui l’artista ci invita a guardare il nostro presente.

Insieme alle torri, cinque opere pittoriche di grandi dimensioni, prodotte tra il 2009 e il 2013 e ancora inedite, formano un’unica installazione, il cui ampliamento è stato curato da Vicente Todolì, ora resa percorribile al pubblico.

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Jaipur è un immenso paesaggio notturno. Olio, emulsione, ceralacca e piombo su tela. Nella parte inferiore appare una struttura architettonica che ricorda una piramide invertita, in quella superiore un cielo stellato. Le costellazioni del cielo, collegate da linee, sono numerate utilizzando il sistema di classificazione della NASA.
La stessa numerazione che troviamo sparsa ai piedi di Melancholia, la torre delle stelle cadenti. I numeri dei corpi celesti sono riportati su piccole lastre di vetro e strisce di carta.

I simboli sono forti e opprimenti come metalli pesanti. Le costellazioni appaiono come semi nerastri, i pannelli in cemento si trasformano in colonne ioniche, i meteoriti sono i cocci dei vasi in cui, secondo la Cabala, Dio volle infondere la vita generando i popoli della terra. La creazione e la germinazione oscura, la storia, la tensione verticale, il piombo da trasformare in oro. C’è tutto qui, tutti i nomi delle stelle, e io qui voglio restare, seduta con la polvere nei capelli.

 

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