Corto Maltese. Itinerari di Viaggio

di Cristina Mesturini
Intervista a Marco Steiner, fotografie di Marco D’Anna
Pubblicato sulla rivista letteraria Achab numero 6

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È un progetto nuovo, quello a cui Marco Steiner e Marco D’Anna stanno lavorando insieme, e che li impegnerà, inizialmente per tre anni, attraverso piste non ancora battute, scelte in base all’improvvisazione e alla imprevedibilità degli incontri. Un progetto che comprende il lavoro in simbiosi tra scrittore e fotografo, un intrecciarsi di parole e immagini.
Marco Steiner è avvezzo a questo tipo di sinergie narrative: è stato il più stretto collaboratore di Hugo Pratt, per il quale ha compiuto le ricerche filologiche riguardanti le storie di Corto Maltese, e con il quale ha condiviso la passione per il viaggio, la letteratura d’avventura, la musica. Dopo la morte di Pratt, Steiner ha completato il suo libro Corte Sconta detta Arcana (Einaudi 1996) e, di recente, ha scritto due romanzi che vedono Corto Maltese tra i protagonisti: Il corvo di pietra e Oltremare (Sellerio).
Ma con questo nuovo lavoro il viaggio prattiano esce dalla dimensione dell’immaginario e si concretizza: si parte davvero. Corto Maltese non è mai stato un fine, piuttosto un tramite per realizzare qualcosa di diverso. Insieme a Marco D’Anna, Steiner passa dalla letteratura disegnata di Hugo Pratt a un racconto fotografico che non è semplice reportage di viaggio, non è nulla di puramente descrittivo, ma è stimolo per aprire nuovi spazi sui mondi della visione fantastica.

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Corto Maltese. Itinerari di viaggio. Marco, com’è strutturato questo progetto?

Il senso è quello di creare itinerari di viaggio “alla maniera di Corto”, cioè in grande libertà. Sono nuove visioni possibili delle sue avventure. Come nelle storie di Pratt c’è una trama, una meta, un luogo geografico, un periodo storico, il “tesoro da cercare” – che nel nostro caso è un racconto –, e tutto il resto nasce per caso, sulla strada. Il progetto prevede dodici Itinerari che partano, arrivino o inventino “deviazioni” dalle storie di Corto Maltese. C’è voluto uno sponsor capace di sognare per lasciarci questa libertà totale di andare. Alessandro Seralvo di Cornér Banca a Lugano ha immaginato una serie di carte di credito con l’immagine di Corto, “Viaggiare leggeri” è il senso di tutto. Quando abbiamo definito il progetto la prima persona che mi è venuta in mente è stata Florenzo Ivaldi, l’imprenditore genovese che ha dato carta bianca a Hugo Pratt di viaggiare e raccontare le sue storie. Ci vuole un grande sogno per iniziare un vero viaggio.

Raccontaci come hai conosciuto Marco D’Anna, o meglio: cosa vi ha fatto incontrare. Quali affinità avete intuito tra voi, come avete visto la possibilità di creare qualcosa insieme?

Marco D’Anna l’ho conosciuto nel più prattiano dei modi, in Etiopia, seguendo le tracce di una storia, Gli Scorpioni del Deserto. Lui doveva documentare fotograficamente il lavoro di due giovani autori che avrebbero continuato un episodio di questa saga africana di Hugo Pratt, io seguivo il gruppo, prendevo appunti e pensavo a storie possibili. Non ci conoscevamo. Un giorno eravamo seduti vicini in un bus; dopo un po’ di silenzio, mi chiese cosa stessi scrivendo. Eravamo dalle parti del lago Assal, una distesa turchese in pieno deserto. Gli lessi alcune frasi di una storia, parlava di una carovana di sale e di un guerriero ribelle ferito che quegli sconosciuti avevano raccolto. Viaggiava con loro, lentamente guariva, e altrettanto lentamente iniziava il racconto fra quegli uomini e, senza saperlo, fra noi due. Da allora abbiamo fatto 14 viaggi in 7 anni per scrivere tutte le prefazioni alle storie di Corto Maltese in giro per il mondo.intervista-steiner-6_640Lo scrittore e il fotografo. Qual è il vostro metodo di lavoro, come vi rapportate? Quali sono i vostri tempi, i vostri spazi?

I tempi e gli spazi sono quelli dell’acqua, dipendono dalle situazioni. Entriamo in un ambiente, un paesaggio, il vagone di un treno e ci adeguiamo. Di fronte a una roccia, il torrente l’aggira, quando si accentua la pendenza la corrente diventa impetuosa, in pianura scorre placido o compie larghi giri senza un vero motivo. Abbiamo una modalità “rispetto” che sentiamo dentro, quando vedo Marco interessato a soggetti da fotografare mi faccio da parte, osservo a distanza. L’interazione fotografo-soggetto deve essere diretta, se ci fossi anch’io sarebbe un’intrusione, l’equilibrio non funzionerebbe. Io osservo, immagino chi potrebbe essere quella persona, cosa potrebbe raccontare. Quando la cosa procede Marco mi fa un cenno e arrivo, la roccia viene lambita senza essere aggredita e lo scorrere liquido prosegue. Viaggiando ci lasciamo spazi vuoti, giornate di silenzio. Lui esce all’alba o di notte per cercare qualcosa, altre volte lo faccio io. Siamo sempre pronti ad assorbire suggestioni, immagini, un pezzetto di storia. Senza dirlo, senza cercare razionalmente, senza precisione né regolarità. Quando si sente una nota che vibra, il gioco parte da solo.

 Nella comunicazione contemporanea, la contaminazione tra visivo e scritto è sempre più intensa e presente. Nella narrazione come interagiscono tra loro i diversi linguaggi? Come giocano, tra percezione e memoria, le immagini e le parole?

Marco vorrebbe che gli raccontassi fin dall’inizio cosa sto cercando, per tarare il tema delle immagini; così il nostro dialogo s’imposta su una base di storia, c’è un accordo iniziale, una specie di tema musicale. Poi il viaggio comincia e i sensi si tendono e guidano il percorso che la mente segue. È sbagliato cercare un obiettivo ben definito, meglio lasciarsi andare come una vela spinta dalla brezza. A quel punto è la strada, l’incontro casuale, una porta chiusa, un cartello storto che suggeriscono l’itinerario da seguire e si comincia a suonare il jazz. Le immagini s’intrecciano alle parole, a volte spuntano ricordi, disegni di Pratt, frasi di Corto, uno specchio, una giostra. L’accordo iniziale risuona, poi arrivano le note nuove, la melodia cambia e tutto s’ingrana, morbido. Certe volte ci rendiamo conto a posteriori che il viaggio e la storia hanno tracciato un cerchio e la musica diventa armonia. È successo in Argentina e Cile, nell’ultimo viaggio. Guardando la cartina, alla fine del nostro percorso, avevamo tracciato un cerchio imperfetto. Non l’avevamo pianificato, ogni tappa ci ha guidato alla successiva, fra inconvenienti, scelte e casualità. Qualcuno ci ha detto che il canto di un uccello può essere un segnale per il viaggiatore, non è un suono, è la voce del bosco. La nota imprevista, il regalo del viaggio.

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Nell’era di Internet, il viaggio si compie su uno schermo, gli itinerari sono matasse intrecciate da nodi e i luoghi eterotopie sospese tra il reale e l’immaginario. Come si colloca il vostro progetto nella realtà virtuale contemporanea? È davvero possibile annullare le distanze? Se è vero che il luogo è dato fisico, può essere definito anche come spazio di strutturazione dell’interazione sociale?

Nell’era di Internet è ancora più bello rompere le regole perché tutto sembra già detto, visto, possibile e programmabile. Si riesce a guardare un luogo attraverso Google Earth, trovare un albergo con pochi click del telefono, sapere la distanza fra un luogo e l’altro e la temperatura che troveremo a centinaia di chilometri. Tutto questo è vero e di grande comodità, ma se non si entra nella mentalità di cercare qualcosa di nuovo e inatteso si resta invischiati negli stereotipi, il viaggio lambisce la realtà e non s’impregna di odori e colori. Ci si sposta infilati in una scatola di certezze e tutto diventa un video già visto, un tentativo di riscontro sul posto dei simulacri di una realtà preconfezionata. Lo spostamento fisico non provoca cambiamenti in noi se non c’è apertura allo stupore, le verità accadono fuori dalle gabbie protettive. Per annullare le distanze è necessario annullare la nostra mentalità, sradicarsi, essere disponibili e recettivi al cambiamento.
I nostri Itinerari hanno un grande vantaggio, cercano connessioni con le storie di Corto Maltese, cercano Escondida, l’isola che non c’è, quindi non possono accontentarsi della realtà. Per nostra fortuna (e scelta) non dobbiamo documentare un paese, ma inventare una storia possibile e non bastano gli occhi che guardano, la macchina fotografica che documenta, un testo che descrive. È necessario calarsi in profondità, sciogliere i freni, scostare le tende che coprono una finestra, sporcarsi di polvere per calarsi nei vicoli secondari, ignorare le immagini romantiche e fasulle di un paesaggio, rompere le cartoline e seguire l’istinto, non lo stereotipo. Un esempio è meglio di una spiegazione.
Nel corso del nostro ultimo viaggio uno degli obiettivi era l’isola di Chiloé, in Cile. L’isola dello scrittore Francisco Coloane, dei vascelli fantasma e delle leggende vive di popoli sterminati. Puntavamo la costa occidentale, quella costellata da isole e scogli, quella dei tesori scomparsi fra vulcani scuri e fiordi umidi e verdi. Ma qualcuno ci aveva parlato di Cucao, un posto sperduto sulla costa del Pacifico. Quel giorno c’era un gran vento e sarebbe stato bello vedere cosa avrebbe combinato tutto quell’Oceano libero, quelle onde maestose che arrivavano dall’Asia dopo aver scavalcato l’Isola di Pasqua.
Quasi per magia ci siamo ritrovati in un altro mondo: sulla spiaggia rotolavano sassi tempestati da antiche concrezioni fossili che sembravano disegni, chiazze di sabbia rosso-mattone venivano setacciate da due cercatori d’oro e una strada si perdeva fra colline umide di nebbia e vapori del mare. C’era un’altra spiaggia laggiù, ancora più battuta dal vento, il sole stava calando e la strada diventava ancora più scoscesa e fangosa, bisognava sbrigarsi. La macchina slitta, s’infanga e si blocca mentre la notte è quasi arrivata. Ci sono 14 chilometri per tornare in paese. Il buio avvolge tutto, ogni rumore fa tendere i nervi, soprattutto il latrare di cani lontani. A metà strada una luce fioca, una casa, tre anziani ci accolgono, ci fanno mangiare del pane, dividono con noi un pesce insieme a scarne parole. Non c’è elettricità, siamo intorno alla stufa, fuori il vento grida forte. Raccontano che c’è qualcosa da vedere prima di quella spiaggia irraggiungibile. Domani.
Il luogo si chiama El Muelle del Alma, il Molo dell’Anima.
Una passerella di legno, un molo proteso verso l’infinito fra cielo e mare. Una leggenda Mapuche dice che le anime aspettavano lì la nave bianca di onde che li avrebbe portati oltre l’orizzonte, verso l’anima universale.
Un viaggio fuori dal tempo, dallo spazio, seguendo una deviazione, parlando intorno al fuoco, aggirando uno scoglio, lasciando l’acqua libera di andare.
Tanto anche se non è scritto da nessuna parte, là in fondo, da qualche parte, c’è il mare.

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BookCity Milano 2016, Frigoriferi Milanesi.
Per la rivista letteraria Achab:
Gianni Berengo Gardin, Marco D’Anna, Cristina Mesturini, Marco Steiner.


Le fotografie sono copyright © Marco D’Anna.
Il sito web di Marco Steiner è www.marcosteiner.it
Il sito web di Marco D’Anna è www.marcodanna.ch/it

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